Recensione di Luglio

L'apprendista assassino di Robin Hoob, ovvero il migliore libro fantasy che io abbia mai letto

(Assassin's Apprentice)

Innanzitutto, mi scuso per il grosso ritardo nell'uscita di questa recensione, ma come avevo spiegato già nel post precedente, L'anima di Ilsie n° 37, non sto vivendo un periodo semplice dal punto di vista familiare. Ne consegue, ed è abbastanza facile capirlo, che la voglia di leggere e scrivere è scesa in fondo alla lista delle mie priorità e mi dedico a queste attività soltanto quando ne ho voglia, senza sforzarmi. Quindi vi annuncio che per il mese di luglio potrebbero esserci dei ritardi qui sul blog nella pubblicazione dei post. E' ovvio che da parte mia ci metterò tutto l'impegno possibile, ma d'altro canto non me la sento di obbligarmi a scrivere quando le mie priorità sono altre. Grazie a tutti per la comprensione. 

In ogni caso, recensire questo titolo per me è molto difficile: sia per i ricordi passati collegati a questa saga sia per la nuova rilettura che ne ho fatto a giugno. Ho iniziato a leggere L'apprendista assassino per la prima volta a quattordici-quindici anni, non ricordo bene, e l'ho amato alla follia. Mi ero buttata sul secondo capitolo, L'assassino di corte, con molto entusiasmo e piena di aspettative. Che non erano state affatto deluse, tranne per un particolare: il finale. Il secondo romanzo è quasi più bello del primo, ma l'epilogo della sua storia mi aveva spezzato il cuore - altro non dirò perché già questa può essere letta come un'anticipazione. Non che fosse un brutto finale. Era perfetto come tutto il resto della storia, ma era stato devastante. Avevo iniziato il terzo romanzo molto in crisi ed infatti avevo letto 230 pagine su 850 prima di fermarmi e di accantonarlo. Era quasi doloroso continuare a leggere.

So che può sembrare strano parlare della lettura come un'esperienza dolorosa. Ma quando ti affezioni ad un protagonista come FitzChevalier non puoi non soffrire con lui per quello che è costretto a vivere. Robin Hobb crea un personaggio incredibilmente reale e con il quale è molto immediata l'empatia da parte del lettore. Fitz ha un carattere costellato da difetti molto evidenti come da pregi che ce lo fanno amare. La storia inizia con un bambino di sei anni che viene lasciato davanti ad un accampamento militare dal nonno materno, che afferma che sia il bastardo del principe ereditario Chevalier Lungavista. Da lì la vita di Fitz viene stravolta, verrà condotto a Castelcervo dalla famiglia reale - sua famiglia da parte di padre - e lì sarà costretto ad essere utile alla corona, in un modo o nell'altro. Perché un bastardo inutile è un bastardo morto.

Una delle cose più belle del mondo fantasy creato da Robin Hobb è l'elemento della magia. Delicato, ben studiato e calibrato. Ce ne sono di due tipi. L'Arte, la magia della famiglia reale, la capacità di comunicare telepaticamente e di influenzare le scelte altrui attraverso un infido controllo mentale; e lo Spirito, detto anche la Stregoneria della Bestia, la capacità di comunicare con gli animali e legarsi a loro. La prima la magia del potere, la secondo una magia maledetta e temuta. Inutile dire che Fitz le incontrerà entrambe.

In generale, tutto il mondo di Robin Hobb è accuratamente studiato e senza falle, senza cose spiegate male o che restano oscure agli occhi del lettore. L'elemento fantasy è molto blando, dato che la magia è così circoscritta. Ciò che prevale è l'intrigo politico, le mosse più astute, la sopravvivenza e l'omicidio, le vite umane che si scontrano con le ambizioni dei propri nemici. Cosa si è disposti a fare per fedeltà verso il proprio re? A cosa si è disposti a rinunciare? Amore, salute, vita? Quanto una singola persona può cambiare il destino del mondo? Ciò che si dibatte in questa storia è la forza delle passioni umane, un re che si autodistrugge per salvare il proprio popolo, un principe pieno di odio, un bastardo attorno al quale gira tutto quanto. I personaggi di Robin Hobb sono vari, diversi, vivi, a volte anche un po' pazzi. Ma non sono mai esagerati, mai irreali. Sono splendidi in tutta la loro diversità, in tutta la loro forza di intenti. E' una storia di fili che si intrecciato, si tirano, si strappano. Tutta la Trilogia dei Lungavista è strutturata in questo modo. A completare questo quadro, troviamo poi la scrittura dell'autrice, che sinceramente fatico a definire. Piena, viva, perfetta. Non poche volte mi sono soffermata ad ammirare come la Hobb avesse costruito un pensiero, un dialogo, una scena. Come l'avesse scritta in maniera divina. E' semplice avere idee valide nel fantasy, creare mondi che si possano apprezzare e personaggi da ammirare. Ma ben pochi scrittori possono vantare una capacità stilista come la Hobb, una padronanza totale delle parole e una chiarezza d'intenti tanto lucida. Tutti questi elementi ne fanno sicuramente il miglior fantasy che io abbia mai letto nella mia vita. Senza alcun dubbio.

Al momento sto leggendo il terzo libro della trilogia. Leggo piano, come ho già scritto sopra, ma mi godo comunque la storia. So che Fitz non mi deluderà. So che sarà straziante come i primi due capitoli della storia. Se pensate che Martin sia impietoso, aspettate di leggere la Hobb. Non c'è splatter, non c'è teatralità. A volte rimanere in vita e vedere il mondo crollare - il mondo per quale si è sacrificato ogni cosa - è più crudele che morire. E' più vero.