1 luglio 2015

L'anima di Ilsie n°8

Perché Primo Levi

All'inizio avevo pensato di farne una recensione, ma poi mi sono resa conto di non poterla strutturare in quel modo: non posso parlare di trama, di personaggi, di finale, ma piuttosto di Storia, persone e vita. Questo è un post per tutti coloro che hanno detto almeno una volta nella vita "a me Primo Levi non piace". Premetto che ognuno ha le sue preferenze, assolutamente legittime, ma spesso ho sentito motivazioni abbastanza superficiali riguardo al perché non apprezzano questo libro. La più gettonata e - in tutta sincerità - quella che più mi da fastidio, è sicuramente quella "perché a me non ha trasmesso nulla, è freddo". Sapere un po' di storia forse potrà fare la differenza.

Primo Levi ha ventiquattro anni quando viene catturato in quanto partigiano e, date le sue origini ebraiche, viene deportato in Polonia nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Io di anni ne ho ventitre e giuro che in questo momento, nella mia casa, sul mio letto, sto provando ad immaginare cosa si possa provare ad essere strappato alla tua vita e portato lontano da tutto quello che conosci. "Se questo è un uomo" si apre proprio con la deportazione di Levi e l'arrivo al campo, dove resterà per un anno fino al Gennaio di 1945, quando i Russi li trovano durante la loro avanzata. La parte successiva della sua storia è raccontata ne "La tregua" ed infine ne "I sommersi e i salvati" troviamo le ultime riflessioni prima del suicidio avvenuto nel 1987.

La reclusione nel campo è un'esperienza che influenza e cambia tutta la vita di Levi. Tornato a Torino dopo un viaggio lungo nove mesi, un viaggio da Odissea, ma reale e non mitologico, letterario, romanzesco, Levi scrive "Se questo è un uomo" spinto da un'impulso e un bisogno di parlarne, di fare in modo che tutti sappiano, nella speranza che raccontando si possa creare una coscienza comune che impedisca in futuro il ripetersi di atrocità quali i lager. Ma nel 1947, il manoscritto viene rifiutato da Einaudi. Qual è la motivazione? E' qualcosa di troppo grande, troppo incomprensibile. In Italia per dieci anni di Auschwitz non se ne parla. Solo dopo il 1954, quando viene pubblicata la prima versione italiana del "Diario" di Anna Frank, scatta una ricerca delle testimonianze dei sopravvissuti. Infatti nel 1958 viene finalmente pubblicato con Einaudi a livello nazionale. Parallelo a ciò, Levi va a parlare nelle scuole, porta la sua testimonianza ovunque gli viene data la possibilità perché crede fermamente nella sua responsabilità di sopravvissuto.

Dopo questo riassunto - sicuramente pieno di lacune, per molte cose impreciso e che spero non vi abbia annoiato - voglio raccontarvi come io ho "incontrato" Levi e qual è stata la mia esperienza fino ad oggi in relazione ai lager. Nel 2010 ho avuto la possibilità di andare ad Auschwitz grazie ad un progetto nelle scuole della mia provincia. Prima di partire ho letto diverse cose, tra cui "Se questo è un uomo". Avevo già letto qualche anno prima il "Diario" di Anna Frank e ho sentito molte persone equipararle come opere. Niente di più sbagliato. Da un lato troviamo il diario di una ragazzina dai dodici ai quindici anni (se non ricordo male) che per quanto possa vivere una situazione difficile di paura e reclusione, non può immaginare quello che possa essere un lager. Anna è vitale, ambiziosa, proiettata verso la vita che la aspetta alla fine della guerra - anche se purtroppo non la avrà mai; dall'altra troviamo un uomo che torna da una realtà progettata con estrema lucidità per distruggere l'esistenza di un determinato gruppo di uomini, per cancellarlo dalla faccia della terra. Andando in visita ad Auschwitz e Birkenau (il terzo campo del complesso, Buna-Monowitz, è privato e non si può visitare) si percepisce una grande energia dedita a quell'obiettivo: tutta la struttura del campo simboleggia la distruzione dell'uomo verso un altro uomo. Credo che ciò faccia nascere nei sopravvissuti due reazioni possibili: il mutismo e l'incapacità di gestire il dolore oppure la razionalizzazione dell'esperienza e da lì il desiderio - anzi, il bisogno - ossessivo di parlarne con gli altri. I libri di Levi, fortunatamente, nascono da questo. 

Ma razionalizzando perdi dei pezzi. E inevitabilmente ti allontani da quella che è stata l'esperienza reale e il dolore che hai vissuto. Ricordo che nei primi giorni di ritorno dal mio viaggio ad Auschwitz non riuscivo a parlarne; solo con il tempo, razionalizzando, allontanandomi da quello che avevo vissuto, sono riuscita a raccontare ad altri quello che avevo visto. L'unico modo è parlarne come qualcosa che sì hai vissuto, ma è lontano da te. E posso supporre, seppur senza prova e puramente ad empatia, che con Levi possa essere successa la stessa cosa. Che cosa volete, una narrazione patetica? La descrizione del sentirsi annientati nel corpo e nello spirito? Non credo che sia qualcosa che si possa pretendere. Anche perché qui non si tratta di un romanzo, ma di una vita, di molte vite che hanno assistito all'evento più buio del secolo scorso. Non è una favola scritta per farvi emozionare. Levi è lucido, metodico, il suo essere scienziato in questo lo aiuta. E credo che il vuoto che e sue parole lasciano sia la migliore testimonianza di quello che sia stato Auschwitz: un enorme buco nero che ingoiava la vita e il corpo degli prigionieri. Anzi, è proprio in quel vuoto che si può trovare, per chi guarda bene, il suo dolore più grande: quello di essere sopravvissuto.

Spero di essere riuscita a trasmettere quello che volevo dire. Mi passerò un'estate intera a scrivere una tesi sui libri di Levi, quindi sicuramente in autunno uscirà un altro post su di lui, sicuramente più corretto e dettagliato di questo. Oggi volevo scrivere a caldo ciò che penso e mi farebbe davvero molto piacere sapere quello che voi pensate di lui.
Un abbraccio, 

Ilsie

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